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LIBRI


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LIBRI

 

Vittorino Andreoli,

L’educazione (im)possibile
Rizzoli, Milano 2025,
pp. 203, € 8,99

 

E’ noto ai lettori che questa Rubrica non si sente troppo legata alle novità editoriali e che ama anche “ripescare” testi non recenti. E’ il caso del libro in esame, che, pubblicato nel 2014, è uscito nel 2025 in edizione speciale per i periodici del gruppo Mondadori.

Qui Andreoli, psichiatra e psicoterapeuta, autore di numerosi libri spesso con taglio critico, analizza l’educazione dei bambini in una società “difficile” come quella attuale. Lo fa con usuali verve e spirito polemico, affrontando numerosi temi: la sessualità, l’amicizia uomo-donna (difficilissima, se non impossibile – sostiene – se c’è anche solo un pizzico di attrazione fisica), l’autorità, la società di Internet, la scuola, la politica (“espressione somma della stupidità”)… E naturalmente il contesto – di oggi e di ieri – nel quale si sviluppa il concetto di “educazione”.

Nella mia biblioteca i libri di Andreoli sono una decina: con alcuni mi sono trovato in piena sintonia, con altri meno. Ma nessuno mi aveva lasciato perplesso come questo. Anche qui ho trovato pensieri ampiamente condivisibili: non si può non concordare con l’osservazione che il nostro tempo è caratterizzato dalla “importanza dell’inutile”, dal consumismo, dall’apparenza e dall’esteriorità (“si ha successo se si appare”, ed io aggiungerei un esito ancor più nefasto: si è persona valida, importante, credibile se si appare, sui social o in TV). Tempo dell’immediato, cultura dell’effimero. E come non essere d’accordo quando l’Autore sottolinea la distinzione fra “emozioni” e “sentimenti” (le prime sono reazioni immediate a uno stimolo, i secondi sono invece legami) e osserva che “la vita degli adolescenti oggi è ricchissima di emozioni ma povera di sentimenti che, tra l’altro, fanno molta fatica a gestire”? O ancora quando critica il denaro come “il solo principio, la madre di tutti i principi”, che sostituisce ogni autorità? O ancora quando auspica un passaggio “dall’Io al Noi, in quanto è il Noi a garantire l’atmosfera (il setting sociale) in cui l’Io si percepisce e si gratifica”?

Ma allora da dove nasce la perplessità di cui parlavo all’inizio? Intanto dal modo in cui Andreoli affronta la trasformazione del ruolo paterno: il forte rammarico per la “uccisione del padre” operata dai movimenti del ’68 e per la pedagogia di oggi “che richiede al padre una relazione non solo quotidiana, ma coinvolgente”, per cui “non lo si distingue più dalla madre”. La perdita di quel padre dovuta al ’68 non è stata un male: ha significato scoprire una paternità nuova, più accudente, più empatica, più “materna”. Che poi – come sempre accade nelle grandi trasformazioni sociali – vi siano stati eccessi, che hanno portato ad una confusione di ruoli e al deprecabile neologismo di “mammo”, con perdita di necessaria autorevolezza, è un altro discorso. Ma non posso condividere il pensiero di Andreoli quando scrive: “Così il padre è chiamato a partecipare alla gravidanza della moglie, l’accompagna nei corsi di preparazione, è parte attiva durante il travaglio ed entra nella sala parto per assistere alla nascita. In qualche modo diventa un ‘mammo’ che accudisce il neonato in modo assolutamente speculare rispetto alla madre. E ora è la stessa legge a riconoscere questo diritto-dovere, permettendo al padre di godere di una licenza, mentre la madre va subito a lavorare. Queste innovazioni, dal punto di vista della tradizione, non possono che apparire delle follie”. Questo tipo di padre è per Andreoli un padre “inutile”, “esautorato dal proprio ruolo e dal proprio potere, vive la nuova condizione in maniera frustrante e, come sempre accade, l’accumulo di frustrazioni si trasforma in violenza verso la moglie, perché diventa insopportabile rivestire una posizione condivisa e similare nei confronti dei figli, fino a parlare di ruoli scambievoli” (riduttivo mi sembra imputare la violenza maschile in famiglia – che certamente risente di una perdita di potere – alla condivisione di ruoli genitoriali).

Molti altri punti mi hanno trovato in disaccordo, come quello in cui Andreoli trova inutile aver coniato il termine autorevolezza per distinguerlo dall’autorità. Ciò che va distinto, per lui, è l’autorità dall’autoritarismo, che si identifica con il potere ed è la patologia dell’autorità. Credo invece che il termine autorevolezza dia alla parola “autorità” una importante sfumatura di significato.

Non condivido neppure l’affermazione che la odierna società è “una società senza famiglia” e il rimpianto per la famiglia tradizionale. Andreoli critica la condizione di single, critica le “nuove famiglie” o “famiglie allargate”, che “mettono in scena situazioni confuse e poco coerenti all’interno di legami all’insegna dell’improvvisazione e dell’avventura”. Ma la società di oggi non è senza famiglia. La famiglia – nel bene e nel male – è cambiata e oggi molte “famiglie”, al plurale, hanno sostituito la famiglia di una volta. E quanto alle famiglie “allargate”, è vero che possono comportare confusione e difficoltà, ma quando funzionano – e non mancano esempi – si traducono in un arricchimento di relazioni, esperienze, sentimenti.

Neppure il ruolo assunto dai nonni piace a Andreoli, perché “obbligati in molti casi a svolgere il compito di madre e padre, aumentando la confusione sul piano delle identità”.

Insomma, tutto il libro è permeato di un forte pessimismo (l’autore steso ammette che il suo attuale stato d’animo “non è certo all’insegna dell’ottimismo”), con una sfiducia nella politica, nella scuola, nella società, nella educazione così come è oggi, nei giovani, ai quali manca una visione del futuro (ma di chi è la colpa? mi chiedo. E’ forse dei giovani?).

Non so se questa visione critica e pessimista sia in parte imputabile a una questione anagrafica (Andreoli è nato nel 1940), ma so che la lettura di questo libro mi ha provocato una sorta di disagio. E mi sono riconosciuto in una recensione che nel 2014 scrisse Pierpaolo Valfrè e che cominciava così: “Non è facile commentare un saggio scritto da un autore che si stima, per il quale si nutre rispetto e ammirazione, ma del cui contenuto non si condivide quasi nulla”.

FILM

Il maestro (2025)

Con: Pierfrancesco Favino,
Tiziano Menichelli.

Regia di Andrea Di Stefano

Fine anni ’80  del secolo scorso. Felice Milella è un tredicenne che gioca a tennis con l’obiettivo di diventare un campione a livello nazionale. In realtà è un obiettivo indotto dal padre, un ingegnere non troppo realizzato e molto nevrotico, maniacalmente dedito all’allenamento del figlio nel cui futuro chiaramente proietta una sua insoddisfazione professionale e di vita. Psicologicamente un padre-padrone (e marito-padrone) che compie grandi sacrifici – e costringe la famiglia a compierli – per il successo del ragazzo. Poi entra in scena Raul Gatti, ex promessa del tennis, che si è perso per strada fra sregolatezze e disturbi psichiatrici. Il padre di Felice lo assume quale maestro, con il compito di far fare al figlio un salto di qualità. All’inizio la fragilità, la debolezza, la instabilità e immaturità dell’istruttore mal si conciliano con le rigide regole impartite al figlio dall’ingegnere; poi, però, fra i due si stabilisce un lento rapporto di complicità e di affetto. Raul, che con i suoi scompensi (è da poco uscito da una clinica) nutre una sregolata voglia di vivere (e di morire), capisce che il ragazzo segue anche nella vita l’insegnamento principe del padre: giocare sempre e solo in difesa. Così lo spinge a stracciare i pignoli schemi di gioco paterni, mentre lui decide di gettare nel cestino i farmaci che lo aiutano a mantenere un precario equilibrio. Felice, però, comincia a perdere tutti gli incontri, cosa che provoca uno scontro con il suo maestro e un momentaneo abbandono. Privo dei farmaci, Raul ha una crisi nervosa e danneggia i locali dell’albergo in cui i due alloggiano, con conseguente intervento della polizia e ricovero in ospedale. Questo ricovero segna una saldatura nel rapporto fra i due: per poter essere vicino al maestro, Felice si spaccia per suo figlio e con una inversione di ruoli si assume le preoccupazioni che un genitore può nutrire per un figlio fragile e disorientato. Seguono altre vicende fra il drammatico e il grottesco, con spunti che inducono al sorriso. Alla fine Felice insiste per partecipare a una importante partita. Sugli spalti ci sono l’intera famiglia del ragazzo e il maestro. Quest’ultimo sorride al ragazzo mentre consegna i documenti a due agenti (il padre di Felice si è rivolto alla Polizia); l’ingegnere, con la usuale rigidità, rammenta al figlio come deve giocare: come lui gli ha insegnato, in difesa! Ma Felice ha evidentemente completato il suo percorso di maturità e ribellione: va all’attacco con un sorriso pieno di fiducia. E’ certo che vincerà la partita. Quella del campionato e quella – ben più importante – della vita.

Un film gradevole, con la usuale, splendida interpretazione di Favino nei panni dell’istruttore e la altrettanto eccellente prova del giovane Menichelli, già visto come una grande promessa del cinema italiano, in quella dell’allievo.

Molti gli spunti di riflessione che il film induce: il primo riguarda i diversi ruoli del padre di Felice, proiettato egoisticamente sul successo del figlio (c’è anche una figlia femmina, ma naturalmente non rientra nei “piani” del genitore) e di Raul, “sostituto paterno” (o collaboratore paterno se a qualcuno l’espressione sembra troppo impegnativa). Nella vita attorno a noi sono molti, purtroppo, i genitori come l’ing. Milella, che riversano su un figlio nascoste frustrazioni e lo inducono ad essere un “vincitore” e un campione ad ogni costo. E per fortuna sono molti i padri sostitutivi (insegnanti, allenatori, istruttori, parenti… ) che possono correggere gli errori  di un padre o di una madre biologici.

Claudia Arletti, sul Venerdì di Repubblica mette in luce un altro aspetto osservando la moglie del capofamiglia, interpretata da Astrid Meloni: “casalinga incolore e un po’ citrulla, che prova a contrastare il marito senza crederci e senza riuscirci”, “semitrasparente moglie di un capofamiglia cui appartengono di diritto le scelte sui risparmi e sulle spese”.

Cinque secondi (2025)

Con: Valerio Mastrandrea
Galatea Bellugi,
Valeria Bruni Tedeschi,
Ilaria Spada.

Regia di Paolo Virzì

Film bello e drammatico sulla paternità (e sulla separazione fra genitori), con un intenso e convincente Valerio Mastrandrea nei panni dell’avvocato Andrea Sereni, un padre colpito da una tragedia familiare: la morte della figlia adolescente, affetta da Sla. La ragazza è morta mentre era con lui, padre separato con una moglie ostile e iperpresente, nel giorno in cui lui esercitava – per dirla con l’orrendo burocratese della legge – il suo “diritto di visita”. E’accaduto in un momento in cui lui non teneva d’occhio la figlia, occupato come al solito a rispondere telefonicamente alle accuse della moglie. E’ accaduto anche perché l’uomo, di fronte all’incidente appena compiuto, è rimasto – non sa spiegarsi perché – cinque secondi immobile, come paralizzato. Cinque secondi, quelli del titolo, che forse avrebbero potuto salvare la vita della figlia.

Divorato dai rimorsi e imputato di omicidio colposo, si ritira in uno scalcinato edificio – ex scuderie di una nobile proprietà – nella campagna toscana, con il desiderio di isolarsi da tutto e da tutti. Ma sul terreno confinante irrompe un gruppo di giovani – ragazzi e ragazze – che occupano illegalmente lo spazio per riportare in vita un vecchio vigneto abbandonato. desiderosi del contatto con la natura, Sono biologi, naturalisti, agronomi, ma anche alternativi, un po’ Hippy si sarebbe detto una volta (chitarra, canti, fuochi all’aperto…). Infastidito, irritato da questa presenza, Andrea cerca di farli allontanare, ma poi finisce con lo stabilire un rapporto di comprensione con i giovani (troppo brusco, a mio avviso, il passaggio da un’ostilità quasi aggressiva a un atteggiamento di comprensione, solidarietà, simpatia). Specialmente con la giovane contessina Matilde (impersonata da Galatea Bellugi), stizzosa, polemica, con tratti isterici, ma con un fondo di sensibilità e attenzione (è lei – fra tutti – che cerca un varco nella ostilità burbera di Andrea). La ragazza è messa incinta da un giovane del gruppo, che vorrebbe fare il padre ma che lei rifiuta proprio perché lui vuole metter su famiglia. A questo punto nell’avvocato in attesa di giudizio scatta la metamorfosi che lo trasforma in una figura di padre (quello che lei ha perso da bambina) attento, premuroso e, quando serve, anche severo. Insomma, torna ad essere quel padre che è sempre stato anche con i suoi figli (la figlia perduta e un maschio sedicenne). Non dirò di più per non svelare l’intero film. Dirò solo che la vicenda tocca vari aspetti della paternità: la separazione di un padre, costretto a tempi angusti per la frequentazione dei figli (in barba allo spirito dell’affido condiviso), ossessionato da una presenza materna continuamente all’attacco; la paternità biologica e quella affettiva, quest’ultima esercitata da Andrea nei confronti della giovane contessina; la paternità come qualcosa di necessario. Ecco, forse è questo il messaggio ultimo del film: Matilde rifiuta il padre e lo allontana (“Il padre non serve”! dice brusca a Andrea), ma quando nasce il bambino e il padre si precipita in ospedale la giovane gli porge il neonato con gesto significativo.

Molti tratti del film possono essere letti in forma allegorica, come quello della vigna riportata a nuova vita, che, come ha detto Virzì in una intervista, “ci assomiglia: un vigneto selvatico che, se curato, produce un vino che mette euforia”. O come quello, centrale, della “distrazione” di Andrea, che è “la malattia del nostro tempo: l’attenzione sequestrata da schermi, ambizione, autoprotezione; la paternità ridotta a ruolo, non a relazione” (www.cinematografo.it).

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