di Silvana Bisogni *
PREMESSA
Risale al 3 gennaio 1954 l’inizio delle trasmissioni televisive della RAI, anche se la fase sperimentale era stata avviata nel 1934 a Torino, poi interrotta per gli eventi bellici. Già nel 1947 i delegati italiani, insieme a quelli di 60 Paesi, avevano partecipato alla Conferenza mondiale delle Radiocomunicazioni di Atlantic City, in cui, tra l’altro, fu deciso unanimemente di chiamare “televisione” (in sigla “TV”) la trasmissione a distanza delle immagini in movimento.
L’impatto della televisione è stato ed è tuttora elevatissimo sugli spettatori. Ha contribuito alla formazione dell’opinione pubblica, ha aperto una finestra sul mondo, presentando eventi, tendenze, attività politiche, culture diverse, tradizioni, lingue e storie diverse, espressioni religiose, orientamenti sessuali, condizioni socio-economiche. Altro elemento da sottolineare è il potenziale educativo: programmi scientifici, documentari storici, programmi specifici per bambini hanno ampliato le conoscenze e stimolato l’interesse per l’apprendimento. Inoltre le campagne di sensibilizzazione su temi quali la salute pubblica, l’ambiente e la sicurezza, raggiungendo un vasto pubblico, hanno promosso comportamenti responsabili e informati.
Tra gli aspetti più importanti figura senz’altro la proposizione di programmi televisivi che hanno influenzato e influenzano tuttora valori, comportamenti individuali e collettivi, modelli di vita e stili di comportamento che il pubblico può emulare. Sicuramente tra i molteplici programmi vanno annoverate le fiction televisive[1].
Il termine “fiction”, dal latino “fingere”, generalmente usato per indicare qualsiasi opera narrativa frutto di fantasia, è un anglicismo utilizzato anche in Italia dagli anni ’80, diffusosi poi grazie al successo delle soap opera importate da altri Paesi. In precedenza le produzioni italiane simili erano chiamate teleromanzi o sceneggiati televisivi. Per un lungo periodo, fino alla fine degli anni ’60, erano create e sviluppate in modo da avere anche la funzione di elevare il grado d’istruzione dei telespettatori, in quanto si trattava prevalentemente di adattamenti di testi teatrali classici o romanzi, trasmessi in diretta, con attori di provenienza teatrale. Le ambientazioni erano sempre all’interno degli studi televisivi per questioni legate alle esigenze delle telecamere.
Pian piano la trasmissione in diretta fu abbandonata per essere sostituita da registrazioni su pellicola e si passò quindi alla serialità televisiva, struttura a episodi, con ambientazioni anche esterne e protagonisti fissi, creando la modalità di “stagione televisiva”. Con gli anni la tipologia delle fiction si è trasformata: dal serial televisivo (telenovele, soap opera con episodi autonomi), a serie televisiva (opera con una trama orizzontale in più episodi che includono generi di derivazione cinematografica, rinnovabile anche in stagioni successive), miniserie televisiva (una storia in un numero limitato di episodi). Con il nuovo millennio si è sviluppata una forma di fiction televisiva più complessa (quality series) con una narrazione di alto livello qualitativo, che ha attratto professionisti del settore cinematografico (registi, attori, sceneggiatori, scenografie, costumi, effetti speciali, montaggio, colonna sonora) e anche personalità letterarie[2].
La fiction seriale offre allo spettatore un elemento di fidelizzazione, favorisce la curiosità nel seguire l’evolversi della trama e la capacità di immedesimarsi in certi personaggi e ambienti o l’istaurarsi di un vero e proprio legame affettivo con il protagonista preferito. Tra l’altro, va evidenziato anche un altro aspetto che favorisce la fidelizzazione degli spettatori: il valore della location. L’apertura a forme sempre più articolate delle riprese esterne, ha favorito il sorgere di un vro e proprio “teleturismo”, nei luoghi in cui sono ambientate le vicende narrate, una “geografia della narrazione” con un concreto apporto anche in termini economici e di valorizzazione di quei territori. Ne è dimostrazione la sempre più frequente presenza nelle co-produzioni di fiction di Film Commission e di Enti del Turismo regionali.
Ma va sottolineata soprattutto l’importanza della proposizione di fiction che ha influenzato e influenza tuttora valori, comportamenti individuali e collettivi, modelli di vita e stili di comportamento. Si pensi solo all’aspetto tipico della fiction: la serialità e il prolungamento, nel tempo, della narrazione di situazioni, condizioni, valori, problemi più vicini alla realtà quotidiana, veicolati da personaggi che in tal modo diventano “familiari”. Questa situazione viene poi dilatata dalla programmazione televisiva tramite le repliche delle fiction sui canali televisivi, ma anche, in seno alla RAI, la riproposizione periodica nella programmazione specificamente dedicata alle fiction (es. RAI Premium), ma ancor di più la fruizione on demand (RAI Play) che spesso diventa il termometro dell’accoglienza di una proposta seriale da parte del pubblico.
Un esempio significativo può essere “Un posto al sole”, soap opera in programmazione dal 1996, vale a dire 30 stagioni e 6850 episodi (dal lunedì al venerdì, 30 minuti ad episodio). Negli anni è diventata non solo lo “spazio” di narrazione delle vicende personali e della comunità degli abitanti di Palazzo Palladini, a Napoli, ma anche il contenitore privilegiato per il passaggio di contenuti e valori legati alla quotidianità della vita dei personaggi, espressione della radicale e costante trasformazione della società partenopea e nazionale e, quindi, facilmente identificabile da parte degli spettatori. Non c’è argomento che non sia stato trattato: dalle relazioni familiari alle relazioni interpersonali, alla scuola e ai suoi problemi, al lavoro, alla povertà e al benessere, alla condizione di deprivazione economica e sociale, alla solidarietà e all’inclusione sociale, alla devianza e alla criminalità sia micro che organizzata, alle discriminazioni di genere e alla violenza sulle donne e tanto altro ancora.
Ma, sia pure in modalità diverse e con tempi decisamente più ristretti, è quanto è accaduto anche in altre fiction. In questo mosaico di argomenti si è modulato anche il ruolo dei personaggi, tra cui, fondamentali, quelli relativi alla famiglia e ai suoi componenti. Il nostro interesse specifico, in questo articolo, riguarda il ruolo del padre, in particolare, così come viene proposto.
La famiglia. E’ evidente che la narrazione sulla famiglia tradizionale si è, via via, trasformata nel tempo. La famiglia basata su una coppia uomo-donna, regolarmente sposata e con figli è divenuta minoritaria; sono frequenti le separazioni e i divorzi, la frattura del rapporto sentimentale a favore di nuovi legami più o meno confessati e/o definiti, la famiglia allargata. Oggi nelle fiction sembra prevalere la vita di coppia basata sulla convivenza, mantenuta dalla relazione affettiva ma con una durata più limitata nel tempo. Sono frequenti le famiglie monogenitoriali, unipersonali, la famiglia interculturale, famiglie tra omosessuali, anche le famiglie adottive.
Pertanto nelle fiction la realtà della famiglia sembra rispecchiare con una certa fedeltà la realtà della società italiana contemporanea, con tutti i contraccolpi sulle relazioni interpersonali al suo interno, che la narrazione delle storie tende a dilatare e/o comprimere. E’ il trionfo della neonormalità condivisa.
Il ruolo del padre. Non è possibile passare in rassegna tutta la vasta gamma delle fiction per estrarre la tipologia della figura paterna rappresentata. Solo la RAI, dall’inizio delle trasmissioni di fiction, ha programmato ben 580 prodotti, suddivisi nei diversi canali. Mi limito a evidenziare alcune caratteristiche della figura paterna solo in alcune (poche) fiction, che hanno goduto di un notevole successo di pubblico e in cui la figura paterna ha una presenza più significativa.
Nella soap opera “Un posto al sole” quasi tutte le figure adulte maschili ricoprono il ruolo di padre.
Il ruolo principale è sicuramente quello di Raffaele, portiere del condominio, che assurge a pilastro della narrazione delle vicende dei singoli personaggi. E’ il padre che tutti vorrebbero avere: profondamente buono, solare, amante della vita, allegro, sempre pronto a offrire consigli e a contribuire alla soluzione dei problemi propri ed altrui, difensore dei valori della famiglia, della solidarietà, dei diritti e dei doveri delle persone, del rispetto interpersonale. Ha due figli ed ha cresciuto la figlia della seconda moglie come fosse sua. E’ un nonno presente e premuroso.
Vi è l’abile imprenditore spregiudicato, arrogante, deciso, impositivo, assetato di potere non solo economico, che vorrebbe controllare la vita dei suoi 4 figli (nati da donne diverse, alcune ex mogli, altre co-protagoniste di relazioni brevi e problematiche), con cui riesce, con difficoltà, a creare un rapporto di tipo familiare. Tranne che con un figlio, che peraltro vive nello stesso condominio, a sua volta dirigente d’azienda, raramente ha rapporti affettivi costanti di vicinanza e condivisione. Vorrebbe una famiglia, ma è incapace di mantenere rapporti familiari.
Altro personaggio che ricopre un ruolo paterno importante è l’anziano amico di Raffaele, sempre presente, che, dopo il divorzio dalla moglie, e dopo alcune relazioni rapidamente conclusesi, è rimasto solo e quindi dedica il suo tempo ai figli, soprattutto al figlio adottivo rimasto a Napoli (la figlia naturale si è trasferita in Sicilia con la sua famiglia) e al nipote, con molto affetto; è decisamente invadente e petulante, molto permaloso, si intromette continuamente nelle decisioni degli altri, ritenendo il suo contributo essenziale per la soluzione di problemi piccoli e grandi.
Padre decisamente problematico è l’ultimo discendente dei Palladini, proprietari del palazzo, ivi residente, avvocato di successo, ma uomo difficile, violento, senza scrupoli, capace di intrattenere rapporti con la malavita per raggiungere i suoi scopi al limite della legge (smaltimento di rifiuti tossici) e finisce anche in carcere. Ha due figli: il più grande, che ha tentato di avere buoni rapporti con lui, decide in un secondo momento di rompere ogni legame per contrasti e incomprensioni. Il figlio più piccolo è il frutto di una relazione, costellata di maltrattamenti e contrasti, con una giovane cameriera, che presto lascerà. Solo tardivamente tenterà un riscatto personale riavvicinandosi al figlio maggiore.
Vi sono poi tre figure maschili (un giornalista, un barista, un ex detenuto) che vivono la paternità nei confronti di bambini, nati da precedenti relazioni che le loro compagne hanno avuto in passato: tre situazioni diverse, ma accumunate da manifestazione di profondo affetto, che cela, forse, un latente desidero di paternità vera.
La fiction “Un passo dal cielo” è stata modellata sull’attore Terence Hill, nel tentativo di replicare il successo di Don Matteo[3] che dal 2000 è uno dei prodotti di punta della Rai, grazie al carisma dell’attore, che ne è stato protagonista nelle prime 3 stagioni[4] .
Le vicende narrate sono molteplici, quasi sempre a sfondo “crime”. Per seguire il nostro discorso, si può segnalare una stagione (la quinta, 20 episodi di 50/60 minuti ciascuno)) che ha avuto nella paternità il suo fil rouge trasversale.
La figura paterna più complessa è quella del nuovo comandante della Guardia Forestale[5] che è tormentato dal dolore per la morte accidentale del figlio Marco, che si è sparato con una pistola incustodita. Questo tragico incidente distrugge anche il suo matrimonio con la madre del bambino, che lo incolpa per l’accaduto. Nel tempo è divenuto una persona aggressiva, a tratti anche violenta. E’ vero che la sorte non è stata benefica con lui: oltre al figlio morto accidentalmente, perde anche la moglie uccisa a pugnalate, ma perde anche, per aborto spontaneo, il secondo figlio atteso dalla nuova compagna, che morirà per aneurisma cerebrale. Poi muore anche il cane.
In questa tragica situazione all’uomo viene detto che un suo figlio è nato nella comunità in cui si era rifugiata la prima moglie. Non è vero, è una notizia che viene detta, subdolamente, solo per creargli ulteriori problemi psicologici, ma l’uomo crede che sia la verità. Per tutta la stagione la sua ricerca del presunto figlio sarà costante, in un alternarsi di sentimenti e delusioni, il riaccendersi del dolore per la sua responsabilità per la morte del primo figlio e la speranza nella vita del bambino che vorrebbe accanto a sé, in un anelito di paternità che non si è mai spento, tanto da spingerlo a cercare in vari bambini, che ha modo di incontrare, lineamenti o somiglianze che possano confermare che si tratta proprio di suo figlio, nonostante l’evidenza di prove di DNA negative. E’ decisamente la figura del padre incompiuto.
Il padre padrone è invece rappresentato da un allevatore di cavalli, che tiene i componenti della sua famiglia sotto un controllo rigido: violento e manesco con la moglie, considera i figli una sua proprietà e vuole plasmarne la vita, i desideri, gli obiettivi per il proprio futuro. E’ autoritario, vuole controllare minuziosamente e interviene in ogni aspetto della loro vita, arriva persino a proibire alle figlie di frequentare la scuola, interviene anche sulle scelte sentimentali del figlio maggiore. La famiglia è la “sua” famiglia e non ammette deroghe o disobbedienze o, semplicemente, pareri diversi dai suoi.
Di tutt’altra pasta è invece il personaggio del commissario. Rappresenta lo stereotipo del napoletano ironico e spiritoso, ma anche tenero e affettuoso. Dopo una relazione con una giovane donna, il commissario si ritrova a crescere da solo la figlia, in quanto la compagna fugge dopo una crisi di depressione post partum. La nascita della bimba e il conseguente onere delle cure necessarie mettono a dura prova la quotidianità del commissario. Eppure proprio la presenza della neonata costituisce per il padre un terreno fondamentale e insostituibile per misurarsi con la nuova realtà ed anche scoprire in sé potenzialità finora inespresse. Si potrebbe affermare che, mentre l’uomo è impegnato a seguire la figlia e a iniziare il lento processo educativo, è proprio lei a fornirgli temi e problemi della paternità, ad “educare” il padre ad essere padre e non “mammo”.
Brennero
Crime ambientato a Bolzano, è una fiction che ha avuto un notevole successo: per molte settimane è stata al primo posto nella fruizione on demand su RAI Play.
I due protagonisti sono una giovane magistrata, incaricata delle indagini, e un poliziotto, ma in tutta la serie (8 episodi) il vero protagonista è una figura continuamente evocata, ma mai visibile, che è un giovane militare italiano, che molti anni prima del racconto, viene ucciso per il suo rifiuto di infiltrarsi tra i componenti di un gruppo insurrezionalista che vuole riportare il territorio altoatesino sotto la giurisdizione del Sudtirolo. La storia è la narrazione delle vicende legate ad una serie di omicidi di uomini di lingua e cultura tirolese, attuati dal cosiddetto “mostro di Bolzano”, che altri non è che il figlio del militare ucciso, che ha avuto una vita altamente drammatica e si considera la vittima indiretta di quell’omicidio. Tolto alla madre, fidanzata del militare, al momento della nascita per volere della famiglia di lei, il bambino trascorre tutta l’infanzia e l’adolescenza in un orfanotrofio: bambino molto problematico, non è stato mai adottato. Non avendo avuto il calore di una famiglia, con gli anni ha interiorizzato e idealizzato la figura del padre, ha iniziato una ricerca affannosa della verità sulla sua morte, ucciso in caserma, ma poi, con un artificio, ufficiosamente denunciata come dovuta allo scoppio di una bomba.
Vuole vendicare la morte del padre e diviene, quindi, il carnefice di chi è stato, almeno in parte, responsabile di quella morte. Ma i mandatari dell’omicidio, negli anni, sono diventati membri della classe dirigente della città e non possono consentire che la verità venga divulgata e, quindi, provocano la morte in carcere del “mostro”.
Un dramma nel dramma: l’uomo ha avuto una breve relazione con una giovane donna. Al momento dell’annuncio dell’attesa di un figlio, il mostro ha una crisi di disperazione e si allontana; non vedrà mai il bambino. E’ un figlio che non ha mai avuto un padre e condanna suo figlio alla stessa condizione: sarà un bambino senza padre.
Nella fiction c’è poi la figura di un altro padre, quello della giovane magistrata: magistrato di altissimo livello, ha “plasmato” la figlia a sua immagine, con una rigida educazione autoritaria e invadente, che crea nella giovane una condizione di “sottomissione” psicologica che la porterà ad una crisi identitaria, poi risolta con un processo di resilienza, in cui, almeno in parte, ha un significato positivo la soluzione del caso.
Libera
La fiction è centrata sulla figura di una giudice che vuole scoprire i responsabili della morte della figlia per overdose avvenuta 15 anni prima, e di un giovane pregiudicato, a suo tempo fidanzato della figlia. Il giovane avrà un ruolo fondamentale nella ricerca degli assassini, ma soprattutto scoprirà di essere il padre biologico della figlia avuta dalla ragazza poco prima della morte, di cui è stato all’oscuro fino all’incontro con la giudice.
La storia è un crime, con venature di comedy ma è anche il percorso di un padre che vive prima con sorpresa, poi sempre più con tenerezza la scoperta della paternità: farà persino l’imbianchino in casa della giudice, che ha allevato la nipote, per avere la possibilità di parlare e di avvicinarsi alla figlia, che non sa nulla sulla sua reale identità, ma che prova per lui una istintiva simpatia e fiducia. Peraltro il giovane ha vissuto un pessimo rapporto con il padre, con il quale ha quasi del tutto interrotto i rapporti, per il suo comportamento fedifrago nei confronti della moglie/madre e ritenuto causa della malattia e poi successiva morte. Alla fine si rivelerà alla figlia, consapevole delle proprie debolezze e mancanze (significativa la frase “Potrei essere un padre fallimentare”), tuttavia non rinuncia al suo ruolo educativo, anzi, è proprio il fatto di partecipare all’educazione di un’adolescente, proporle impegno e mete, che lo porta a cambiare l’atteggiamento nei confronti della vita, anche della propria.
Le figure degli altri padri presenti nella fiction sono più problematiche, ma rispondono almeno in parte a clichet di padri che incolpano i figli per il fallimento della loro relazione: uno, alto magistrato, non ha mai accettato la omosessualità del figlio, l’altro non ha approfondito la ricerca sulla morte della figlia, ritenuta responsabile in quanto tossicodipendente.
Le figure genitoriali maschili proposte nelle fiction sono evolute in favore di un ruolo diversificato ed hanno iniziato a inseguire delle rappresentazioni paterne sempre più svincolate dai cliché, in cui ciascun personaggio viene sviluppato con un sempre minore riferimento a modelli rigidi e preconfezionati, sebbene ancora permangano, ma con una tendenza ad abbattere gli stereotipi di genere che lo incasellavano e ad affermare il proprio modo di vivere la genitorialità.
Sembra emergere l’esigenza di narrare l’acquisizione della consapevolezza che essere padri è una esperienza trasformativa incredibile: sono i figli che spingono i padri nella trasformazione da uomo a padre e consentono loro di acquisire una nuova interiorità ed una nuova emozionalità.
- Sociologa dell’educazione. ISP Roma
[1] Il primo sceneggiato televisivo, trasmesso dalla Rai nel 1954, fu “Il dottor Antonio”, tratto dall’omonimo romanzo di Giovanni Ruffini, inaugurando la lunga tradizione della fiction seriale italiana.
[2] I generi narrativi seguono quelli cinematografici: nelle due macro categorie (comedy e drama) si inseriscono fiction a carattere familiare o adolescenziale o ambientate in epoche diverse (period drama), poliziesco, medico o politico, avventuroso, thriller, religioso, fantascientifico.
[3] La fiction “Don Matteo” è arrivata alla quindicesima stagione, con 285 episodi.
[4] Attualmente la fiction ha raggiunto l’ottava stagione con 94 episodi complessivi.
[5] il nuovo eroe della fiction dalla quarta alla sesta stagione
