di Maurizio Quilici *
L’Editoriale che segue riprende a grandi linee l’intervento fatto dal Presidente dell’I.S.P. il 5 dicembre scorso a Roma, nel corso del Convegno “Stop alla violenza sulle donne”, che si è svolto nella sala convegni dell’Ospedale Cristo Re. Titolo della relazione: “L’impatto della violenza agli occhi dei figli”.
Sull’ampio e drammatico tema della violenza contro le donne si innesta quello, non meno doloroso, della cosiddetta “violenza assistita”, espressione molto ampia, che riguarda l’impatto sul minore di qualsiasi tipo di violenza che lo colpisca indirettamente, ma con la quale ci si riferisce di solito alla violenza che uno dei genitori esercita sull’altro genitore.
Diciamo subito che nella maggior parte dei casi vittima della violenza in famiglia è la donna, la madre; quasi sempre, non sempre. Esiste anche una violenza esercitata dalla madre sul padre, dalla donna sull’uomo, di fronte ai figli, con forme e manifestazioni diverse, per fortuna meno drammatiche, poco considerata e poco studiata. Lo dico serenamente, senza timore di creare equivoci perché chi mi conosce e conosce l’attività dell’Istituto di Studi sulla Paternità sa bene che nulla è più lontano dall’Istituto di tendenze maschiliste, patriarcali, revansciste, antifemministe. E che l’I.S.P. si batte da quando è nato per il rispetto delle donne, delle figure deboli e – nella massima estensione – di ogni persona, anzi, di ogni essere vivente. E’ un accenno che faccio sempre, in queste occasioni. Ma lo faccio proprio perché, a mio avviso, studiare le forme di violenza declinate sia al maschile che al femminile, con intento obiettivo e libero da ogni discriminazione – come fece ad es. Elisabeth Badinter, portavoce del femminismo francese degli anni ’70 e contraria tanto alla misoginia quanto alla misandria – dà vigore e credibilità alla battaglia che uomini e donne devono condurre insieme per sconfiggere la violenza maschile sulla donna. Così come bisognerebbe riflettere sull’effetto che una diffusa ipervalutazione dei figli maschi da parte delle madri ha – ne sono certo – nel formare uomini egoisti, violenti e insieme fragili e immaturi.
Detto questo, sfiorerò (altro non è possibile data la ricchezza di interventi) il tema della violenza assistita, argomento a lungo trascurato e solo negli ultimi anni oggetto di studi e riflessioni. Argomento anche di non facile individuazione (i sintomi sono aspecifici e possono passare inosservati) e persino di non facile definizione, se si pensa che la stessa espressione “violenza assistita” – ormai entrata nell’uso – è inesatta perché “assistita” sta per “alla quale si assiste” e assistere (dal latino ad sistere, stare accanto), significa essere fisicamente presente.
Su Wikipedia si trova una definizione – addirittura attribuita al CISMAI (Coordinamento Italiano dei Servizi contro il Maltrattamento e l’Abuso all’Infanzia) che si batte da più di 30 anni contro la violenza all’infanzia, secondo la quale “la violenza assistita (…) si verifica quando i bambini sono spettatori” di forme di maltrattamento. Ma ancora una volta questo è improprio, perché “spettatore” (dal latino spectare, guardare) è “colui che è presente al verificarsi di un fatto” (Dizionario Rizzoli). Credo che fosse una prima definizione del 1999, riformulata al III Congresso CISMAI del 2003, perché nella definizione del 2005 si fa coincidere la violenza assistita dai minori in ambito famigliare con il “fare esperienza”, che ha, come si capisce, un significato molto più ampio.
Ci sono voluti anni solo perché si precisasse la definizione di “violenza assistita”, che è oggi estesa non solo agli episodi nei quali il minore è fisicamente presente, esposto direttamente al gesto violento contro un’altra persona, ma anche quando egli è indirettamente esposto: perché ne viene informato, perché ne coglie gli effetti di fronte al terrore, all’angoscia, alla tristezza della vittima, perché vede le tracce della violenza: suppellettili rotte, lividi, ferite…
Con il tempo si sono anche meglio definite certe differenze terminologiche e di significato. Va tenuto distinto il litigio dalla violenza. Nel primo c’è un dissidio, magari anche violento, ma reciproco, nel senso che si litiga in due, nella violenza no, c’è una parte che domina. Vanno anche tenuti distinti il conflitto e la violenza. Il conflitto è uno scontro, con significato concreto o figurato, ma che presuppone due contendenti (e la psicologia ci insegna che esso non è sempre e solo negativo), la violenza, invece, ha un autore e una vittima.
Capitolo a sé, che occuperebbe ampia trattazione, gli esiti della violenza assistita: un lunghissimo esempio di possibili conseguenze fisiche, psicologiche, psichiatriche, molte legate all’incrinarsi di quell’”attaccamento” con la madre o con altra figura di riferimento, teorizzato da Bowlby, con effetti negativi sui MOI (sempre Bowlby), i Modelli Operativi Interni che si formano nell’infanzia e plasmano le future relazioni affettive. E poi insonnia, enuresi, disturbi psicosomatici a livello gastrico o intestinale, depressione, rabbia, disturbi dell’apprendimento e della concentrazione (con effetti sul rendimento scolastico), riduzione delle capacità cognitive, disturbo ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività), ritardi nello sviluppo… E ancora forme di bullismo, introiezione della violenza con una frequente trasmissione intergenerazionale. In certi casi può insorgere la sindrome da stress post-traumatico (PTSD). A volte si hanno forme di adultizzazione del minore, quando il minore viene coinvolto dal genitore maltrattato, che cerca in lui una sponda, una consolazione, un conforto, e talora anche da quello maltrattante che cerca invece una giustificazione e una complicità.
Altro capitolo importante quello giuridico: come la legge considera la violenza assistita. Ricorderò solo che essa rientra come species nel più ampio reato di maltrattamenti (art. 572 CP), puniti con la reclusione da 3 a 7 anni. Non è un reato autonomo, ma un’aggravante del reato di maltrattamenti che comporta un aumento della pena nella misura del 50%. Il reato di maltrattamenti è procedibile d’ufficio. Ci sarebbe da parlare anche del “Codice Rosso” (Legge 69/2019) che ha introdotto procedure più rapide e pene più severe per il reato di maltrattamenti.
Alcune ricerche hanno avuto per me un particolare interesse perché riguardano le caratteristiche dei padri maltrattanti, che vengono in genere così elencate:
- Uso dell’autorità (pretendono totale obbedienza, incapacità di modulare la severità, di accettare critiche dai figli o da altri familiari).
- Disimpegno (la cura dei figli considerata come compito esclusivo della madre);
- Delegittimazione della madre.
- Autoreferenzialità (si considerano il centro della famiglia e si aspettano che siano i figli a soddisfare i bisogni del padre e non viceversa).
- Differenza tra comportamento privato e pubblico (in pubblico può comportarsi affettuosamente).
Siccome l’argomento è tutt’altro che leggero, vorrei raccontarvi brevemente la storia di quello che è considerato il primo caso di maltrattamento su un minore (non violenza assistita, ma purtroppo diretta), che comincia drammaticamente ma finisce bene e forse non tutti la conoscono. E’ la storia di Etta Wheeler, un’infermiera americana sposata con un giornalista; entrambi avevano deciso di non avere figli e dedicarsi alla protezione dell’infanzia. Nel 1873 Etta seppe di una bambina di nove anni, Mary Ellen Wilson, che veniva quasi quotidianamente picchiata dalla madre adottiva: frustata, bruciata, tagliata con le forbici, sottoposta ad abusi sessuali ed emotivi. Dimostrava cinque anni per la denutrizione, dormiva per terra su un pezzo di tappeto, non aveva mai avuto un paio di scarpe né vestiti invernali. Un vicino, che sentiva i lamenti della bambina, aveva chiesto l’intervento della polizia, ma invano, perché la legge non si curava di quello che avveniva tra le mura domestiche e lasciava uno spazio pressoché totale ai compiti “educativi” dei genitori. Anche la Wheeler presentò una denuncia che cadde nel vuoto. E allora – si pensi al paradosso – si rivolse a Henry Bergh, fondatore di una delle prime associazioni per la protezione degli animali, l’ ASPCA (American Society for the Prevention of Cruelty to Animals), che si fece carico del caso. Se la bambina era trattata come un animale questa associazione doveva proteggerla. Con l’aiuto dell’ASPCA ci fu un processo e grazie ad alcuni testimoni la donna fu condannata ad un anno di lavori forzati. La piccola fu adottata dalla Wheeler, e alla morte di questa fu affidata alla sorella di Etta, che la allevò con pari amore. A 24 anni Mary si sposò ed ebbe una famiglia numerosa, riuscendo – a quanto pare – a superare gli orrori dei quali era stata vittima (e questo ci porterebbe a parlare della resilienza nella violenza assistita). Morì nel 1956, all’età di 92 anni.
Ci sarebbe ancora molto da dire: gli studi che sono stati fatti (pochi in confronto ad altri temi), le lacune ancora esistenti (per fare solo un esempio non si è approfondita abbastanza la violenza commessa su una donna incinta. Certo, si sa che il feto risentirà dei traumi – fisici e psichici – subiti dalla madre, ma quanto, con quali esiti… è ancora terreno incolto).
Ci sarebbe da parlare delle possibili soluzioni, o meglio dei possibili “interventi”, perché parlare di soluzioni è, temo, presuntuoso e utopistico: dall’attività dei servizi sociali sul territorio alla attenzione degli insegnanti, che dovrebbero avere sensibilità e preparazione per saper cogliere i segnali, non sempre chiari, che lancia un bambino o un adolescente direttamente o indirettamente maltrattato. Lo stesso dicasi per i pediatri, i medici di famiglia, insomma gli adulti che hanno a che fare con bambini o adolescenti. Ancora: la rapidità e l’efficacia degli interventi giudiziari: non è possibile affidarsi al braccialetto elettronico o agli ordini di allontanamento dalla casa familiare o al divieto di avvicinamento o di comunicazione. La cronaca di ogni giorno dimostra che tutto questo non basta.
Io sono convinto che l’unica strada possibile, anche se lunga e dagli effetti lontani, sia una educazione al rispetto dell’altro nelle scuole (ma anche nelle chiese, nelle fabbriche, nelle aziende… in tutti i luoghi di aggregazione). Educare al rispetto dell’altro significa educare alla non violenza. Per questo vorrei che la battaglia sacrosanta contro la violenza alle donne fosse una battaglia più ampia e si estendesse alla violenza tout court, nelle forme di prevenzione, educazione, correzione prima ancora che di repressione. Una violenza che oggi sembra diffondersi, specie fra i giovani, con cinismo, crudeltà, totale mancanza di empatia e colpisce certamente le donne ma più estesamente le categorie che hanno minori capacità di difendersi: le donne, i bambini, gli anziani, i disabili… Quanti orrendi episodi di cronaca ci svelano le sevizie alle quali sono sottoposte queste persone in istituti che dovrebbero curarle e tutelarle! E aggiungiamo gli animali, che oggi anche la nostra Costituzione (art. 9 integrato nel 2022) tutela riconoscendoli come esseri senzienti e non più come oggetti. Per inciso, la violenza assistita è presa in considerazione, come maltrattamento, anche se la violenza è esercitata su un animale. Tutti esseri che non hanno voce, o non l’hanno abbastanza forte, che possono trovare difesa solo in noi, noialtri, anzi noi “altri”, ossia persone diverse, che rifiutano ogni forma di violenza. Ecco: proteggere chi non ha la possibilità di difendersi mi sembra il compito primario di una società civile, da attuarsi a qualunque costo.
Presidente dell’I.S.P.
