di Maurizio Quilici*
In queste ultime settimane all’interno dell’I.S.P. si è sviluppato un dibattito su un tema di vitale importanza per il nostro Istituto: come è cambiata la paternità da quando – ormai quasi 40 anni fa – nacque l’Istituto stesso. Non, però, con riferimento alle connotazioni della paternità (l’abbandono dello stereotipo machista, la scoperta della tenerezza e dell’accudimento, l’empatia paterna fin dalla nascita…: enormi trasformazioni che giustificano ampiamente l’espressione “rivoluzione paterna”). No, la nostra riflessione si è è orientata al contesto sociale e culturale nel quale questa rivoluzione è maturata, per capire quanto ci sia oggi di nuovo e di scontato, di conosciuto e ancora ignorato, di attento e distratto, studiato e trascurato. Da parte dei genitori, dei padri, ma anche nella società tutta, nelle istituzioni, nei luoghi di studio e di ricerca, nel comune, diffuso sentire.
Si è trattato di un esame e di un dibattito interno all’Istituto, che dopo tanti anni si interroga sulla sua fisionomia, sui suoi compiti, sul terreno nel quale si trova ad operare; ma naturalmente la riflessione va ben al di là e impegna – o dovrebbe impegnare – una platea molto più ampia: quella dell’intera popolazione, con particolare riferimento ai luoghi di studio e ricerca, ai social, ai media, alle sfere della politica sociale.
Il nostro percorso di riflessione e confronto ha preso avvio da quel lontano 23 febbraio 1988 che segnò la nascita ufficiale dell’’I.S.P., l’Istituto di Studi sulla Paternità. Da una ventina d’anni soffiava un vento nuovo fra i giovani: il ’68 con i suoi entusiasmi, le sue energie, la sua fiducia, le sue utopie, aveva rivoluzionato anche i rapporti di coppia, spinto verso l’autonomia femminile, verso la parità di genere, verso nuovi ruoli in famiglia. Ai padri si era aperto uno spazio del tutto nuovo e misterioso: un mondo che disconosceva lo stereotipo del macho che nulla ha a che fare con l’infanzia (anche se quell’infanzia sono i suoi figli) perché convinto che neonati, infanti, bambini siano solo compito delle madri, perché così era sempre stato, perché così voleva la “natura”. I giovani padri avevano scoperto quale meravigliose emozioni portava con sé non tanto essere padre, quanto fare il padre. E quale arricchimento reciproco questo poteva dare. In quei 20 anni si era maturata una “rivoluzione” che avrebbe cancellato secoli, millenni di lontananza dei padri dai figli, di freddezza, di severità, di assenza (con le dovute eccezioni). Ma era un percorso tutto in salita, senza sostegni, senza puntelli, senza riferimenti. Pochissima la letteratura scientifica in materia (per lo più non italiana), nessun esempio, se non quello della propria moglie/compagna o della propria madre. Quindi padri volenterosi, emozionati… ma anche incerti, disorientati, svalutati da un diffuso sentimento di ironia se non di disprezzo (“fa il mammo…” si diceva di un papà che cullava il neonato o gli forniva il biberon o lo conduceva nel passeggino).
Per fortuna c’era anche curiosità, interesse da parte dei media; gli psicologi cominciavano ad interessarsi al tema e a pubblicare saggi, gli editori traducevano libri stranieri sulla paternità, si moltiplicavano i convegni e i dibattiti su questo tema, i “nuovi padri” cercavano la voce per farsi sentire, nei momenti di gioia come quelli della nascita e dell’accudimento, nei momenti bui della disperazione e dell’angoscia, come quelli della separazione e dell’affidamento, dove una prassi di maternal preference regolarmente escludeva i padri e li allontanava dai figli.
E’ in quel contesto così nuovo, così vivo e denso di emozioni e dubbi e problemi che nacque l’ISP,, per rispondere a una esigenza sempre più forte e diffusa. Fu un evento che colpì l’opinione pubblica. Le notizie di agenzia rimbalzarono sui giornali, che salutarono l’Istituto con titoli a volte fantasiosi e un po’ distorcenti (“Papà italiani, uniti si vince”, “E’ nato il sindacato dei papà”, “La riscossa dei padri”, “E i papà decisero di scendere sul sentiero di guerra”..). Era sorta la prima associazione italiana che aveva come obiettivo – di studio in primo luogo, e di tutela – la paternità in tutti i suoi aspetti: psicologico, sociale, giuridico, storico…
Sarebbe troppo lungo ricordare il curriculum della nostra Associazione, i suoi interventi, le sue ricerche, il suo patrimonio di libri, tesi, documenti… Qualsiasi ricerca svolta con la intelligenza artificiale sugli studi relativi alla paternità in Italia cita al primo posto il nostro Istituto. Una attività svolta in quasi 40 anni, grazie alla passione e alla tenacia dei suoi soci: psicologi, avvocati, sociologi, ma anche tanti padri e madri desiderosi di saperne di più su un ruolo così nuovo e così importante.
Oggi, però, è doveroso guardarci attorno e chiederci se il tema “paternità” è vissuto nella società attuale come 40 anni fa; o se invece sono cambiate le conoscenze, la consapevolezza, le esigenze (e quindi il ruolo del nostro Istituto). La risposta appare chiara a chi come noi monitora da quasi quattro decenni gli aspetti della paternità: il contesto sociale e culturale nel quale affrontiamo il tema che ci sta a cuore è oggi profondamente diverso.
Quel fermento, fatto di novità, curiosità, scoperta e sperimentazione non c’è più. Oggi i giovani danno per scontato che un padre possa e debba collaborare con la madre nella gestione dei figli, nel loro accudimento e nella loro educazione; oggi non hanno remore nel mostrare ai figli le proprie emozioni, i propri sentimenti, la tenerezza e la dolcezza (semmai rischiano di essere troppo “materni” e di dimenticare che i ruoli di padre e madre possono avvicinarsi ma non dovrebbero identificarsi). Oggi sanno quanto è importante il loro ruolo, confortati da una letteratura scientifica ormai più che abbondante (non a caso si è ridotto il numero di studenti che attingevano alla ricca Biblioteca dell’I.S.P. per preparare la loro tesi universitaria) né devono più temere i sorrisi di compatimento se escono con il marsupio o il passeggino. Tutto questo fa ormai parte della nostra società, e non credo che torneremo mai sui nostri passi.
E allora ha ancora un senso, oggi, monitorare, studiare e sostenere la paternità? Credo proprio di sì. Diversi saranno gli obiettivi, i campi di studio, gli approcci (lo sviluppo di Internet e dei social ha profondamente mutato il setting della riflessione e del dibattito). Forse aumenteranno le difficoltà (l’appannarsi dell’interesse con il venir meno della novità riduce il numero dei soci). Ma le sfide legate al ruolo e alle funzioni paterne rimangono e sono numerose. Basti pensare alla battaglia per l’aumento dei congedi di paternità, per i quali l’Italia, con i suoi 10 giorni, è fanalino di coda in Europa. O al dolente versante di separazione e affidamento al quale accennavo sopra, nel quale gli stereotipi di genere continuano assurdamente a penalizzare i padri. E poi, via, non si esaurisce certo la necessità di saperne di più sul conto di questa figura genitoriale, aiutati dal progredire di discipline quali psicologia, sociologia, diritto, biologia, genetica…
Sono passati quasi 600 anni da quando Leon Battista Alberti pubblicò il trattato morale Della famiglia (con buona parte del Libro I dedicata a padri e figli) e da allora sulla famiglia non si è cessato certo di argomentare; la maternità è stata oggetto di studio scientifico a partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso, con la “Scuola anglosassone” (Winnicott e altri) e lo è tuttora. La riflessione scientifica sul paterno, con il suo rivoluzionario portato storico, è cominciata più tardi e ha bruciato le tappe in modo incredibile. Ma certo non ha esaurito i suoi compiti e le sue funzioni, che continueranno finché i figli avranno un padre e una madre. E che sarà sempre importante studiare e conoscere.
* Presidente dell’I.S.P.
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