Lukas Bärfuss,
Il cartone di mio padre,
Traduzione di Margherita Carbonaro,
L’orma Editore, Roma 2025
pp. 100, € 16,00
Il “cartone” del titolo è un grosso scatolone che racchiude tutto ciò che resta del padre del protagonista: documenti, fatture, sentenze, citazioni, ricevute… Segni di una vita decisamente “irregolare”, tracce di un uomo “pecora nera della famiglia” che aveva conosciuto anche la prigione e che aveva trascorso l’ultima parte della sua vita per strada. A un certo punto il padre era “sparito senza quasi lasciare traccia”. Unico lascito concreto quel contenitore, che per 25 anni rimane in un angolo, senza che il figlio abbia il coraggio di aprirlo e guardarci dentro. Quando finalmente lo fa vi trova, assieme alle tracce del genitore, una dolorosa parte di se stesso (“Rivedere tutto questo mi stringeva il cuore, sentivo un groppo in gola, la paura e il vivo ricordo di cosa si provasse a campare in quel modo, a condurre una vita nella sporcizia, nella povertà, nel baratro, una vita alla quale ero sfuggito per un pelo, grazie al lavoro e alla fortuna…”).
Dallo scatolone emergono i ricordi del padre: i suoi comportamenti, il suo carattere, i rapporti con la moglie… Un contesto negativo sul quale l’Autore – scrittore, saggista e drammaturgo svizzero – si interroga con una domanda di fondo: cos’è la famiglia e cosa possiamo aspettarci da essa? “Il cartone poneva domande, e quella più importante, a cui non sapevo rispondere, riguardava la famiglia. Perché credevo di farne parte? Perché sentivo un vincolo nei confronti dei miei genitori?”. In realtà l’autore constata, con evidente sfiducia: “E quando sentivo dire che i diritti umani si riferiscono alla famiglia e che questa è la cellula naturale della società, mi appariva chiaro allora perché la società fosse una tale schifezza”. Ma la domanda rimane: “Cos’è che allora non va con la famiglia?”
Da qui in avanti, con uno iato che lascia piuttosto perplessi, l’Autore affronta una serie di temi apparentemente slegati: dalle teorie di Darwin (“non ha sviluppato alcuna scienza della collaborazione”) a quelle di Lévi Strauss (la doppia natura della famiglia, biologica e sociale), dalla lingua e il linguaggio ai “giochi” di Wittgenstein, dal diritto ereditario e dalla proprietà privata allo smaltimento dei rifiuti. Riflessioni, osservazioni, critiche, in qualche modo legate alla famiglia, che alla fine, nelle ultime pagine, tornano al padre. L’autore si reca con la figlia nel luogo dove molti anni prima aveva deposto le ceneri di suo padre, ma non trova più nulla. Trascorsi 25 anni quell’urna è stata tolta per lasciare posto ad altre urne, ad altre ceneri. Sono le regole, che il figlio comprende, pur essendo offeso perché l’amministrazione avrebbe dovuto informarlo. Non ha il coraggio di chiedere che fine hanno fatto i resti di suo padre.
L’epilogo del libro – e dei ricordi dell’Autore – è una constatazione ufficialmente serena e soddisfatta; con il dubbio in chi legge che sia in realtà amara e delusa: “La mia origine resta incerta. Non potrei esserne più felice. Si dice che il luogo a cui si sente di appartenere è quello in cui giacciono i propri morti. Mia madre è morta su un’isola caraibica, dove ha trascorso gli ultimi vent’anni della sua vita. (…) Da anziana non poteva più permettersi di vivere in Svizzera. (…) Dalle nevi perenni delle Alpi al Mar dei Caraibi, un arco abbastanza ampio su cui posso tendere la mia origine”.
Andrev Walden,
Maledetti uomini
Traduzione di Laura Cangemi
Iperborea, Milano 2026
pp. 432, € 20,00
Piacevole romanzo di formazione – meglio memoir – questo del giornalista svedese Walden, che esordisce qui come romanziere. Andrev è un bambino senza padre. O, meglio, con tanti padri. Così, infatti, si apre il libro: “Una volta ho avuto sette padri in sette anni”. Sono i compagni della madre, che si succedono ed ognuno dei quali, a modo suo, fa da “padre” al piccolo. Naturalmente un padre “vero”, biologico, esiste, ma è lontano, avvolto da un’aura misteriosa, e su di lui il bambino ricama fantastiche immagini e avventurosi episodi. La madre gli ha rivelato che è un uomo dai lunghi capelli neri e quindi diventa “l’Indiano” (in realtà è un tedesco). Mentre il bambino cresce – con l’amore di una madre un po’ alternativa e molto incostante, con gli amici, con i primi amori – i “padri” si susseguono, ognuno con i suoi insegnamenti ed esempi, nel bene e nel male. C’è il “Mago delle piante” (a sette anni Andrev scopre che non è suo padre), soggetto un po’ hippie che gli insegna a riconoscere erbe e funghi, a giocare a scacchi, a fare la cacca accovacciato “come gli indiani”, ma è anche pronto a rifilargli sonori ceffoni per un nonnulla. E poi ci sono, in sequenza, l’Artista (lui si spaccia per tale), il Ladro (che invece ladro lo è davvero e viene arrestato per taccheggio), il Pastore (che non è un religioso, ma uno che parla sempre del diavolo), l’Assassino (grande, grosso e irascibile, con le mani sempre sporche perché fa il meccanico), il Canoista (siamo nel 1990 e Andrev ha 13 anni. Il nuovo “padre” è pignolo, equilibrato, grande amante della canoa e “di una noia mortale”. “E’ noioso ma buono”: con lui non arrivano ceffoni, anche se impone delle regole). Per la verità ci sarebbe un’altra figura, ma se è stato un compagno per la madre non è stato un “padre” per Andrev. E’ quello che Andrev chiamerebbe il Musicista (ha scritto una canzone che trasmettono di continuo alla radio). Ma che usciva con la mamma il bambino lo saprà anni dopo e quindi non lo annovera fra i padri. Tantopiù che “un uomo non può essere annoverato tra i miei padri se non mi ha mai fatto venire il dubbio di doverlo chiamare papà”.
Come vive, il piccolo Andrev, tutti quei “padri”? Questa è una delle sue riflessioni: “E’ come se venisse introdotto di contrabbando pezzo dopo pezzo, tipo un kit per la costruzione di un papà. E’ una giacca nell’ingresso, un paio di jeans nella cesta del bucato, una voce in cucina di notte. E’ qualcosa che lei monta lentamente con il favore del buio e che ci mostrerà appena sarà riuscita a farlo funzionare”.
E questa è un’altra osservazione: “… i padri sono come il meteo e i dolori della crescita. Non si sceglie quando cominciano e finiscono e nemmeno le mamme influiscono direttamente sulla loro presenza: i padri arrivano e basta, e allora ti tocca vestirti nel modo giusto e stringere i denti. Dopotutto prima o poi passano sempre”.
Questo romanzo – peraltro autobiografico, come avverte l’Autore – ha avuto grande successo in Svezia; è possibile che lo ottenga anche in Italia, perché l’abile identificazione con gli occhi dei un bambino che cresce (e vorrebbe un padre) e il sottile, garbato umorismo che rende lieve un tema che potrebbe essere grave ne fanno una lettura davvero piacevole.


