Bärfuss, Lukas

Mag 27, 2026
Titolo: Il cartone di mio padre Editore: L'Orma Editore
Anno: 2025
Pagine: 100

Il “cartone” del titolo è un grosso scatolone che racchiude tutto ciò che resta del padre del protagonista: documenti, fatture, sentenze, citazioni, ricevute… Segni di una vita decisamente “irregolare”, tracce di un uomo “pecora nera della famiglia” che aveva conosciuto anche la prigione e che aveva trascorso l’ultima parte della sua vita per strada. A un certo punto il padre era “sparito senza quasi lasciare traccia”. Unico lascito concreto quel contenitore, che per 25 anni rimane in un angolo, senza che il figlio abbia il coraggio di aprirlo e guardarci dentro. Quando finalmente lo fa vi trova, assieme alle tracce del genitore, una dolorosa parte di se stesso (“Rivedere tutto questo mi stringeva il cuore, sentivo un groppo in gola, la paura e il vivo ricordo di cosa si provasse a campare in quel modo, a condurre una vita nella sporcizia, nella povertà, nel baratro, una vita alla quale ero sfuggito per un pelo, grazie al lavoro e alla fortuna…”).

Dallo scatolone emergono i ricordi del padre: i suoi comportamenti, il suo carattere, i rapporti con la moglie… Un contesto negativo sul quale l’Autore – scrittore, saggista e drammaturgo svizzero –  si interroga con una domanda di fondo: cos’è la famiglia e cosa possiamo aspettarci da essa? “Il cartone poneva domande, e quella più importante, a cui non sapevo rispondere, riguardava la famiglia. Perché credevo di farne parte? Perché sentivo un vincolo nei confronti dei miei genitori?”. In realtà l’autore constata, con evidente sfiducia: “E quando sentivo dire che i diritti umani si riferiscono alla famiglia e che questa è la cellula naturale della società, mi appariva chiaro allora perché la società fosse una tale schifezza”. Ma la domanda rimane: “Cos’è che allora non va con la famiglia?”

Da qui in avanti, con uno iato che lascia piuttosto perplessi, l’Autore affronta una serie di temi apparentemente slegati: dalle teorie di Darwin (“non ha sviluppato alcuna scienza della collaborazione”) a quelle di Lévi Strauss (la doppia natura della famiglia, biologica e sociale), dalla lingua e il linguaggio ai “giochi” di Wittgenstein, dal diritto ereditario e dalla proprietà privata allo smaltimento dei rifiuti. Riflessioni, osservazioni, critiche, in qualche modo legate alla famiglia, che alla fine, nelle ultime pagine, tornano al padre. L’autore si reca con la figlia nel luogo dove molti anni prima aveva deposto le ceneri di suo padre, ma non trova più nulla. Trascorsi 25 anni quell’urna è stata tolta per lasciare posto ad altre urne, ad altre ceneri. Sono le regole, che il figlio comprende, pur essendo offeso perché l’amministrazione avrebbe dovuto informarlo. Non ha il coraggio di chiedere che fine hanno fatto i resti di suo padre.

L’epilogo del libro – e dei ricordi dell’Autore – è una constatazione ufficialmente serena e soddisfatta; con il dubbio in chi legge che sia in realtà amara e delusa: “La mia origine resta incerta. Non potrei esserne più felice. Si dice che il luogo a cui si sente di appartenere è quello in cui giacciono i propri morti. Mia madre è morta su un’isola caraibica, dove ha trascorso gli ultimi vent’anni della sua vita. (…) Da anziana non poteva più permettersi di vivere in Svizzera. (…) Dalle nevi perenni delle Alpi al Mar dei Caraibi, un arco abbastanza ampio su cui posso tendere la mia origine”.