Le figlie presentano il conto alla “madre tigre” (n. 04/11)

di Cinzia Zuccon *

Un attimo di sbandamento l’ho avuto, lo ammetto. Quando è uscito il libro di Amy Chua Il ruggito della mamma tigre [vedi ISP notizie 1/2011 p. 3] mi sono interrogata sulla vasta eco riscossa dai severi metodi educativi adottati con le figlie dalla docente della Yale Law School. Discussioni, critiche ma anche tanti genitori decisi a rivedere i loro sistemi da “mollaccioni” e mamme e papà che hanno trovato conferme riguardo la necessità di pretendere il massimo dai loro figli battendosi fin dall’età dell’asilo per iscrivere i loro “piccoli ometti” (perché è evidente che non li pensano come bambini) nelle scuole migliori, là dove si respira fin dalla più tenera età aria di eccellenza e di competitività. Perché se il mondo sarà un posto dove la competizione sarà feroce e globale, quale sistema migliore per offrire delle chance ai nostri figli che tirarli su senza concessioni a debolezze?
Mi sono chiesta: amore, sostegno e comprensione – anche se unite ad una buona dose di rigore e fermezza – finiranno per fare dei miei figli degli adulti costretti a soccombere? Noi genitori i dubbi li abbiamo, del resto il ritenersi “perfetti” è per se stesso chiaro sintomo di un grosso limite. Ma ecco la prima sostanziale differenza che mi ha fatto riflettere: a quanto pare la rampante mamma-docente di dubbi non ne ha avuti mai; non un cedimento, un’esitazione, un moto di tenerezza o di compassione.
La regola ferrea era pretendere il massimo sempre e comunque. Finché il pezzo non lo eseguivi alla perfezione dal pianoforte non ti alzavi nemmeno per bere o andare a fare pipì. Se il biglietto confezionato per il compleanno non era ritenuto abbastanza bello ritornava al mittente con l’invito acido e perentorio a metterci più impegno. Guai anche a non eccellere nello sport, pena il fardello di un indotto senso di colpa e di vergogna per aver danneggiato tutta la squadra. Insomma, bimbe allevate nel terrore. Ma giustificato, a suo dire: era così che le figlie avevano imparato a superare i loro limiti, ad avere fiducia in se stesse e a tirare fuori il meglio e la prova erano gli eccellenti risultati scolastici.
Tuttavia la mammina strizzata in tailleur scuri e minigonne qualche dubbio avrebbe fatto meglio a porselo, visto come è andata  a finire. L’ha raccontato recentemente su Repubblica Vittorio Zucconi, argomentando che le sue bambine “radiocomandate” ora le presentano il conto. Entrambe, ovviamente con la scusa di frequentare le scuole migliori, si sono fatte spedire il più lontano possibile da casa, giurando che se un giorno avranno dei figli li terranno il più lontano possibile dalla nonna.
E lei? La mamma tigre alla fine ha ammesso che sì: forse ha esagerato. Come Amy Chua siamo tutti figli dei nostri genitori, cresciuti nella coazione a ripetere, ma per fortuna ogni tanto qualcuno rompe il cerchio. Mi sono tuttavia chiesta se nella vita in cui dovranno farsi strada queste ragazze farà la differenza più l’allenamento al rigore cui sono state educate o il solco affettivo scavato dalla madre. Propendo per la seconda.
Non sopporto le mamme chioccia, quelle che portano lo zaino ai figli fin sul portone della scuola: le considero un flagello che mina la crescita e l’autonomia dei figli. Ma, all’estremo opposto, non riesco a pensare alla rampante docente sino-americana come ad una mamma. Ne ha confuso il ruolo con quello di un’ inflessibile insegnante vecchio stampo sostituendo alle bacchettate le umiliazioni e la mancanza di rispetto che scavano ferite profonde, ancora di più se provengono da chi ti ha generato. Nella convinzione che a fare la differenza nella vita sia la consapevolezza di poter contare sulle proprie risorse ha omesso di educare alla forza potente dei legami. La vita insegna che la gioia vera non sta tanto nel raggiungere un obiettivo, ma nel poter condividere un successo e nel trovare sostegno negli umani, inevitabili momenti di sconforto che l’esistenza ci riserverà. Forse anche la mamma-tigre si starà chiedendo se  vale la pena pagare con la solitudine il prezzo di un’educazione così spietata: non un’educazione alla felicità, allo sviluppo della personalità nella sua interezza.
Il mondo non ha bisogno solo di persone più in gamba, più resistenti nella lotta per la competitività, ha soprattutto necessità di individui educati a comprendere ciò che ha davvero valore: non il successo fine a se stesso, ma la condivisione, non l’affermarsi la legge del più forte, ma quella del bene comune. Diversamente, popoleremo il mondo di uomini e donne-tigri e il mondo finirà per divorare se stesso. Siamo già su questa pericolosa china, per questo è così importante concentrarsi sul fattore educativo. Non sono un’esperta di sistemi educativi, sono semplicemente una madre e tengo in considerazione il caro, vecchio buonsenso.
“Se tendi la corda oltre misura si spezzerà e se la lasci troppo lenta non suonerà’: è attraverso questa frase che Siddharta – nel film Il piccolo Buddha di Bertolucci – comprende qual è la strada per l’illuminazione: passa solo per ‘”a via di mezzo”. E anche l’essenza dell’essere genitori in fondo sta sempre e solo qui: nel trovare il giusto equilibrio tra rigore e comprensione, tra fermezza e tenerezza. Ed è un equilibrio che si può trovare solo in un modo: lasciandoci guidare dall’amore.

* giornalista e autrice del blog www.questionediprincipi.wordpress.com  Piacenza