Sotto la finestra di Verdi (n.3/13)

Buongiorno. Oggi è l’11 ottobre, duecento anni fa Giuseppe Verdi aveva un giorno di vita e mi piace pensarlo neonato in braccio alla madre ancor prima che accadesse tutto, prima che chiunque lo chiamasse maestro, ancora lontano dall’esperienza di vivere, dalla consapevolezza della morte. Sono padre e conosco lo stupore con cui si prende tra le braccia per la prima volta un figlio ma ce n’è  anche un… altro per me importante, quello dell’alba del giorno dopo, quando una notte è passata e il nuovo giorno si conferma per  sempre diverso da quelli che l’hanno preceduto: in quel mattino lo stupore si confonde alla speranza, agli auguri, e alla ricerca di coloro che ci hanno lasciato in quelle fattezze nuove.
Ho un rispetto assoluto per questa intimità e non voglio neanche provare a immaginare i pensieri del padre di Giuseppe in questa  mattina di duecento anni fa, ma quello stato dell’anima ci accomuna attraverso il tempo, e solo per quello, chiedo alla famiglia Verdi di potermi poggiare un attimo sul muro di casa loro col capo chino e il cappello in mano, sotto la finestra del bimbo, per dire anch’io  buongiorno e riprendere la via tra i filari brumosi del mattino intorno a Roncole di Busseto prima di tornare nella mia storia e al mio lavoro.
Mio padre amava la lirica; è stato giovane medico condotto al tempo in cui la guardia medica non esisteva ancora e un giorno di lavoro  poteva durare anche ventiquattr’ore; io bambino non sapevo queste cose, ma una sera tardi ( avrei già dovuto essere a letto da un pezzo, ma ero un po’ discolo), lo ricordo ascoltare dal giradischi a volume molto basso una musica che mi piaceva tanto. Ero nascosto dietro la porta socchiusa (ricordo la maniglia sopra la testa), ero piccolo e in pigiama mentre lui era già incappottato con la borsa accanto alla poltrona: aveva bisogno di quella musica per andare a fare la visita a cui l’avevano chiamato a notte fonda, s’alzò per spegnere il giradischi e uscire mentre io sgattaiolavo via. Chiuso il portone tornai nella stanza e sullo scaffale della libreria era  rimasta in vista la custodia del disco di vinile: c’era un signore con la barba e i baffi bianchi come la sciarpa, un bel cappello nero in testa (a dimostrare che non si trattava di Babbo Natale) e due occhi, ma due occhi che mi guardavano da quella fotografia in un modo  che non sapevo se a ridermi o sgridarmi: però… era simpatico! Sono quasi certo che mio padre abbia fatto finta di non accorgersi di  me, abbia scelto di lasciarmi ascoltare quella musica anche se non era certo l’ora, e che abbia lasciato fuori posto la custodia del disco  di Verdi per lasciarmi una traccia, un segnale per dopo.
E dopo s’è snodato il gomitolo degli anni e, quando guardo dietro al filo finora  (più o meno) liberato, non so quanta matassa c’è ancora  da svolgere ma è sorprendente come la sua ombra mobile a volte m’oscuri enorme ed altre mi lasci in piena luce, come fosse pronta a  disfarsi dell’ultimo piccolo nodo; è allora che m’accorgo che in un passaggio o nell’altro della vita, la musica di Verdi mi è rimasta sempre vicina (mio padre fece bene quella notte).
Nel mio lavoro di psichiatra incontro spesso figli a cui i padri non hanno lasciato  musica o segnali da seguire, che semplicemente, non  sono stati maestri dei loro figli. Ben lontano dall’isolare una categoria clinica, posso comunque dire d’aver incontrato in queste  persone una sofferenza fatta in prevalenza da rabbia e paura, che traboccando dentro di loro,  ha ostacolato l’esplorazione del mondo e  lo scambio alla pari con esso. La conseguenza  è quella di una rabbiosa conquista delle cose e delle persone o di un evitamento ansioso di queste stesse e delle novità che la vita può presentare. Prevale una dimensione di chiusura che grava più o meno pesantemente sulla capacità di far parte della società in modo gratificante e costruttivo con cui queste persone lottano tutta la vita, ma  una riduzione di questa sofferenza e a volte il suo superamento sono sempre possibili. Il primo enorme aiuto deve essere dato in età scolare con il supporto diretto/indiretto  a minori e famiglie che maestri e insegnanti possono dare, o ancor meglio: dovrebbero incarnare (la scuola e i docenti hanno un’importanza che oggi non credo sia adeguatamente riconosciuta e sostenuta); successivamente, l’ambito istituzionale  proprio è quello psicologico o psichiatrico. Tuttavia credo che la vita in sé offra sempre possibilità non istituzionali e incarnabili da chiunque finché rimarrà un’idea di padre. Per questo, ricordo Il Maestro d’ascia “Peppinello” Santini che aveva costruito barche di legno tutta la vita e quando l’ho incontrato io, stava lavorando all’ultima. Era una goletta dagli splendidi fianchi. La guardavo ammirato incontrando il paziente lavoro del Maestro ad ogni centimetro di legno profumato mentre lui lasciava che io esplorassi senza dir nulla: Peppinello era un uomo minuto di quasi novant’anni e ormai curvato dal tempo, che nelle mani, aveva ancora gesti freschi e di una destrezza stupefacente (sono stato fortunato a conoscerli). Stavo carezzando la sua goletta quando sulla poppa ne incontrai il nome “E.S.”, vinto l’imbarazzo chiesi il significato della sigla, e Peppinello continuando a lavorare disse: “E.S. Emilio Salgari! L’uomo che mi ha regalato giorni meravigliosi coi suoi libri d’avventure: ho costruito la mia prima barca a undici anni per giocare ai pirati, e poi in fondo, ho solo continuato. È giusto che l’ultima barca che  costruisco porti il suo nome.” Finì di parlare e mi fissò con gli occhi brillanti, e intatti, di ragazzino del porto… Anch’io vorrei lavorare  a una barca così alla fine, regalando ad un altro (magari ad un figlio) uno sguardo così, e sulla poppa scolpire “G.V.”.

Ubaldo Sagripanti

(Psichiatra. ISP Civitanova Marche (AN))